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LIBRI
CARMEN CONSOLI. BAMBINA IMPERTINENTE - Editrice Zona
Informazioni sul libro a cura della casa editrice.
A colpi di album densi e felicemente ispirati, Carmen Consoli si è guadagnata quel soprannome di "cantantessa" che porta con orgoglio. In questo libro il percorso che - da "Confusa e felice" a "L'ultimo bacio" - l'ha consacrata autrice di culto, la più amata dell'ultima generazione.

ESTRATTO DALL'INTERVISTA. IL RESTO ALL'INTERNO DEL LIBRO.
Canzoni come "L'ultima preghiera", "Geisha", "Bambina impertinente", oltre alle numerose occasioni in cui hai parlato della difficoltà di essere donna nel mondo della musica, ti sono valse un'altra etichetta: quella di paladina della condizione femminile. Di fatto alcuni tra i tuoi pezzi migliori sono ritratti di donna. è una scelta consapevole?
È soprattutto un ruolo che mi hanno voluto attribuire in molte interviste, ma che non credo assolutamente di rivestire. Ci sono canzoni che non avrei potuto scrivere "al maschile" perché sono donna e non sarei stata credibile. In "Contessa miseria" parlo della paura di invecchiare che spinge al continuo ricorso alla chirurgia estetica, in un'ossessiva guerra contro il tempo che passa. Le "armi" di questa lotta le ho facilmente individuate nella cipria e nelle piume di struzzo, cioè in accessori tipici del mondo femminile. Se avessi dovuto scriverla parlando di un uomo avrei potuto descrivere una specie di Dorian Gray, ma non avrei ottenuto la stessa efficacia perché non so se nell'uomo la paura di invecchiare sia legata all'estetica o ad altro, come per esempio la virilità. è una canzone che non vuole essere il vessillo della femminilità o del femminismo, ma la rappresentazione di un problema comune. Credo che intimamente uomini e donne siano molto simili. Quello che è diverso è la nostra fisicità, che ci porta a reagire in maniera differente.

C'è un momento in cui la tua femminilità ti porta a comportarti diversamente da come vorresti?
Sì, per esempio quando sono molto arrabbiata. Nonostante il mio furore non alzo le mani, non alzo la voce né mi impongo. Se fossi un uomo nel corso della mia carriera avrei mandato a quel paese molte persone in maniera plateale. Oggi se una donna si comporta così è definita un'isterica. Alla frustrazione di quando mi sento offesa e mortificata reagisco con i silenzi e le lacrime. Probabilmente se fossi un uomo farei a pugni.

I tuoi testi sono caratterizzati da un'accurata scelta delle parole, sempre molto distanti dai luoghi comuni e caratteristici al punto da aver fatto coniare l'aggettivo "consoliano". Come avviene questa selezione lessicale?
Allo stesso modo in cui scelgo gli accordi e gli arrangiamenti. Si possono dire cose ovvie, cose sotto gli occhi di tutti, in modo che acquistino una nuova visibilità. Si dice che l'artista è in grado di cogliere il dettaglio che tutti quotidianamente vedono ma di cui nessuno si accorge. Il mio obiettivo è proprio quello di far esclamare "è vero, è proprio così!". Per riuscirci mi sforzo di scegliere le parole che suonano meglio in ogni situazione. In "Echi di Sirene" per esempio una frase inizialmente suonava "Saremo pronti a festeggiare la vittoria e brinderemo felicemente sulle nostre sconfitte", ma mi sembrava troppo palese per un argomento come quello della guerra che invece stavo trattando in maniera molto sottile. Quindi ho provato e riprovato parole e sinonimi che fossero meno ovvii: al posto di "festeggiare" ho usato "celebrare", al posto di "felicemente" "lietamente" e al posto di "sconfitte" "rovine". In realtà ho espresso lo stesso concetto - è sempre la gente comune a subire le conseguenze dei conflitti e anche in caso di vittoria il popolo può al massimo brindare sulle proprie macerie - però in maniera più efficace. Credo nella forza della parola. E mi piace ricercare termini preziosi perché non ancora logorati dall'uso e riscoprire parole cadute in disuso che invece inserite nel contesto giusto acquistano una grande potenza espressiva.

Qualche volta non hai paura di essere considerata un po' troppo ermetica?
Generalmente cerco di essere molto chiara. Però non mi dispiace se qualcuno ritorna su un mio testo chiedendosi cosa intendevo dire. L'immediatezza ha i suoi pro e i suoi contro: diventa slogan, ma non spinge a farsi domande. "Narciso parole di burro" è diventato uno slogan, ma in pochi si sono chiesti quale sia il suo significato. Nella mia canzone spiego che le parole di questo individuo sono talmente prive di consistenza che si sciolgono di fronte a un fuoco: sono come il burro che perde la sua solidità in presenza di una fonte di calore. Di fatto quello che ha colpito non è tanto il senso quanto la musicalità della frase.

Hai scritto una canzone dedicata all'Olocausto, un'altra ispirata dalla guerra in Medio Oriente. è stata una tua esigenza creativa del momento o il frutto di una riflessione precisa?
Entrambe le cose. Naturalmente io non ho mai vissuto la guerra, non so cosa sia in realtà. Ma conosco bene lo stato di paura e di attesa di una cosa che non dipende da te, che provoca infinita tristezza e disagio interiore. Allora ho usato la guerra come una metafora: guerra è il giorno prima dell'esame con il professore che ce l'ha con te, guerra per me è stata la bocciatura senza appello di Confusa e felice a Sanremo. I paesaggi cupi e le atmosfere da "day after" possono essere anche tutti interiori quando si prova paura e allarme e ci si vuole rifugiare in una tana. Nello stesso tempo parlavo di un evento molto concreto come il conflitto in Medio Oriente di cui è importante mantenere la memoria.

Si può portare avanti la memoria storica anche attraverso le canzoni?
Certo. Ed è importante ricordare certi episodi storici sconvolgenti perché in questo modo si possono riconoscere i germi della stessa intolleranza nella nostra vita quotidiana. Quando si alimenta il pregiudizio verso gli abitanti del Sud e qualcuno, dotato di una buona dose di ignoranza, va a scrivere sui muri di Catania "Lava ammazzali tutti e che la Sicilia sprofondi nel Mediterraneo" rovinando tra l'altro anche dei beni culturali di grande valore, bisogna rendersi conto che se questo atteggiamento si diffondesse, da lì ai lager ci sarebbe un passo. Esagero, naturalmente, ma per fare riflettere sul fatto che l'intolleranza nel corso della storia ha portato a questo. Da piccola, mia madre portava me e mio cugino Giampiero in un centro ricreativo in Veneto, suo luogo d'origine. I nostri compagni ci prendevano in giro e ci isolavano perché avevamo l'accento siciliano. Negli stessi anni si leggevano sul giornale notizie come "Ragazzo di Napoli legato a un palo picchiato e malmenato in quel di Treviso". Oggi fortunatamente molte cose sono cambiate. Tuttavia continua a manifestarsi una certa misera cultura di intolleranza, di poco rispetto verso chi si trova in una situazione politicamente o economicamente disagiata. Questo atteggiamento può causare seri traumi nelle persone che ne sono vittime.

Quindi la musica ha un ruolo positivo?
La musica ha il grande potere di aprire gli animi e predisporli positivamente o negativamente. C'è la musica che predispone all'aggressività, quella che predispone all'intolleranza, quella che mette allegria e quella che ispira un sentimento nostalgico. E quella che fa riflettere.
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