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RECENSIONI
PESCARA - 20 GIUGNO 2003
Dal quotidiano "Manifesto" del 21 giugno 2003
autore: Giovanni Acquarulo
L'abito rock di Carmen - A Pescara l'anteprima del tour italiano di Consoli
PESCARA - Carmen Consoli non ha la notte intorno, quando attacca Masino, ma quello che si diffonde dagli amplificatori - il suo siciliano cantilenante, filtrato appena dal vocoder - basta comunque a inumidire l'aria e gli occhi. Incastonato alle spalle dello stadio Adriatico, nella canicola pigra di un tardo pomeriggio che prende ad allungare le ombre, il palco è assediato amorevolmente dai ragazzi del fanclub, invitati ad assistere alle prove aperte del nuovo show. Un tour estivo che ha preso il via ieri sera, proprio da Pescara, anticipata giovedì dall'esibizione riservata alla stampa e all'affetto incondizionato di trecento ugole, per lo più giovanissime. Acquattate tra le pieghe dei cartelloni, che la vedranno in scena fino al 12 settembre, un paio di date che si annunciano davvero speciali. Mercoledì 25 giugno, Carmen sarà alla curva sud dello stadio Olimpico: prima volta assoluta per una donna. E poi, esattamente un mese dopo, il 25 di luglio, al Neapolis Festival, nella cornice dell'ex-Italsider di Bagnoli, addirittura in combutta, per una sera, «con l'icona-di-sempre», Patti Smith. A dividersi la scena, loro due, infischiandosene dell'anagrafe e della devozione che la più piccola riserva alla più grande: senza sapere, Patti, che People have the power, quindici anni addietro, era la colonna sonora di una ragazzina catanese che ballava i Pixies e i 10.000 Maniacs. «A me tremano le gambe solo a pensarci», ci confessa al riguardo. «Mi sa che farò come Berlusconi: non ci vado, all'Olimpico. Mi cercherò l'immunità. Al limite, concederò una videoconferenza da Catania». Il nuovo concerto è una sferzata inattesa e nient'affatto accomodante, che ambisce a un impatto fisico immediato, e che alterna momenti di quiete a violente esplosioni di energia. Dura circa due ore: due ore che filano compatte, senza giri a vuoto, dominate dal suono della Jaguar rosa pallido che la Consoli strapazza senza posa, tanto che ti vengono in mente, a bruciapelo, quei versi di De Andrè, in Amico fragile, che fanno: «è bello che dove finiscano le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra». Seminascosto dall'arancione zen degli amplificatori Orange, vagamente sixties, che sono una specie di anacronismo dolce incaricato di dissimulare l'esplosività delle chitarre, il vero propulsore della band se ne sta appena più indietro. Perchè stavolta, questa sera, il motore che fa girare tutto così bene è un organo Hammond che suona maledettamente analogico, lontano anni luce dai tastieroni digitali. Un pezzo d'epoca, ammaestrato sapientemente, assieme al piano Rhodes, da Clemente Ferrari, già tastierista di Max Gazzè. Insieme a lui, Massimo Roccaforte e Santi Pulvirenti alle chitarre, Leandro Misuriello al basso, e Puccio Panettieri alla batteria. «La mia band di sempre», ci tiene a precisare la rockeuse catanese. «Il 70% di quello che è Carmen Consoli». Accantonate le risonanze bossanova che punteggiavano il tour invernale, incentrato su quella ritrovata musicalità debitrice delle antiche melodie di Domenico Modugno, la Consoli dal vivo rispolvera un'attitudine marcatamente rock, una rovente veste elettrica.

Si parte con Masino, poi un poker di pezzi ruvidi, disturbanti, infarciti di feedback rumoristico: Matilde odiava i gatti, Fino all'ultimo, Venere e Besame Giuda. Ma più che al noise rivisitato alla maniera delle Hole, o delle Breeders, le chitarre della band rimandano nei momenti più duri a un certo hard-rock anni settanta, più onirico, figlio delle lunghe fughe strumentali alla Jimi Hendrix, o alla Janis Joplin, condotte per mano dai tasti dall'hammond, peraltro carico di distorsione come in un live dei Doors. Poi la Consoli ha la grazia di smorzare i toni, di cercare quelle mezze tinte elettroacustiche alla R.E.M. - «Murmur su tutti: lo stiamo ascoltando di continuo» - capaci di prendere per la collottola, dolcemente, i cuccioli scatenati che nel parterre si dannano l'anima per starle dietro. Allora, di fila, arrivano L'ultimo bacio, Parole di burro, e L'eccezione, che rinunciano agli archi e restano appese alla sua voce e al timbro antico della fisarmonica, suonata dallo stesso Ferrari. È proprio sulla coda de L'ultimo bacio che quella fisarmonica sa diventare quasi un bandoneon, lasciando nell'aria, per un'istante, una scia di saudade lusitana. Seguono l'acclamato riffone elettrico che annuncia Confusa e felice, il ritmo tirato di Echi di sirene, le ballate più soffuse dell'ultimo disco, Uva acerba e Mulini a vento. La voce di Carmen è in forma strepitosa, alterna cori memori della migliore Natalie Merchant, alle consuete svirgolettature a cui ci ha abituati, soffiando in ogni sillaba e incrinando la pronuncia come se dovesse quasi ingannare gli accenti. Ma è lo spettacolo nel suo insieme che funziona. Una cosa rara, davvero. Nel frattempo è calata la notte, ma chi se ne è accorto?
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