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A raccontarla come una favola si fa prima.
C'era una formichina che possedeva un urlo così forte e così dolce che sapeva ammaliare. Le altre formiche le si facevano attrono per ammirarla e tutte erano prodighi di consigli che la formichina neppure richiedeva, e la tiravano di qua e di là, chi per passione, chi per invidia, chi per interesse.
La formichina faceva tintinnare le antenne e annuiva. Le ascoltava tutte, ma poi faceva di testa sua. E non si stancava mai di imparare da chi aveva emesso quell'urlo forte e dolce e ammaliante prima di lei, in tanti modi diversi.
Lo faceva con umiltà, sicura che un giorno, finalmente adulta, avrebbe stupito le altre formiche, perchè ciascuna avrebbe riconosciuto il lei almeno un po' della propria storia. E nessuna si sarebbe più lamentata perchè quell'urlo era troppo naif, o troppo aspro, o troppo fragile, o troppo moderno, o troppo retrò, o troppo riconoscibile o al contrario troppo poco riconoscibile. Quando quel giorno arrivò, la formichina fece persino di più. Infuse a quell'urlo antico una morbidezza inusitata offrendogli canzoni mosse tra disincanto e malinconia, lo filtrò e ironicamente lo manipolò (Masino), lo schiuse al sole di armonie ampie e avvolgenti, lo fece vibrare di elettrica intensità, lo bandì addirittura, fischiettando magari, oppure facendo suonare solo gli strumenti più delicati di cui disponeva (Carmen). Il formicaio esplose di felicità, mentre la curva dei suoni si distese da Bacharach a Bruno Martino, dal beat ai tropicalismi fino ai Radiohead. E sulla formichina brillarono cinque stelle.
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