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Piccole donne crescono: così, nell'autunno 1997, avevamo intitolato un'intervista in cui Carmen Consoli, lasciato alle spalle Confusa e felice, aveva analizzato nel dettaglio la propria vicenda artistica e personale. Due anni e mezzo dopo, la piccola donna è cresciuta: non è ancora adulta - e ci auguriamo che non lo diventi mai fino in fondo, perdendo magari quell'aria da bambina impertinente che tanto contribuisce al suo fascino - ma ha imparato dolorosamente che il music-business non è un Paese delle Meraviglie da attraversare armati solo del proprio candore; e lei, novella Alice, ha tirato fuori le unghie, non facendosi scrupolo di dichiarare la sua disillusione, la sua tristezza e la sua rabbia in quel Mediamente isterica che adesso, con il senno di poi, è facile leggere come l'espressione violenta di un imprescindibile bisogno di autonomia.
Oggi, febbraio 2000, Carmen/Alice non insegue conigli bianchi e non prende più il tè con il Cappellaio Matto. Non ha però smesso di addentare (metaforici) funghi psicotropi, come chiaramente dimostrato da un nuovo album che libera in modo ancor più estroso e imprevedibile la creatività: una creatività che si manifesta soprattutto sul piano degli arrangiamenti, esaltandosi in caldi abbracci di ritmi polimorfi e chitarre distorte, archi veri e fiati, trame acustiche e trattamenti elettronici, voci filtrate e rumori di cesello, moog da museo e pianoforti. Rimangono tipicamente consoliani, i dodici episodi di Stato di necessità, e non solo per via di un canto inconfondibile nei suoi toni in apparenza svogliati: giocano più che in passato, però, con le atmosfere, i suoni, i colori, le luci e le ombre, senza patire vincoli stilistici e rimanendo sempre brillantemente in equilibrio tra suggestioni di sapore vintage e naturale desiderio di confrontarsi con un pop-rock comunque attuale e deviante.
Sorprende non poco, il quarto album di Carmen Consoli: dalle bizzarrie dell'iniziale Bambina impertinente alle delicatezze pianistiche dell'eterea Non volermi male posta in chiusura, passando per le esuberanze e gli spiritosi doppi sensi della title-track (con un omaggio finale ai Pixies) e de Il sultano della Kianca, per le note struggenti della splendida L'ultimo bacio e per quelle vigorose di Amado Señor, per le raffinatezze più o meno esotiche di Parole di burro, L'epilogo e Perso di vista, per la malinconica solennità della pacata Novembre e della più vibrante Orfeo, per la freschezza della In bianco e nero presentata a Sanremo. Sorprende e si rivela, ascolto dopo ascolto, più complesso e addirittura più convincente di quelli che lo hanno preceduto. Padroni di non crederci, ma alla sirenetta sono spuntate le ali. E non sono di cera.
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